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Baciare la fronte – è cancellare la noia.
Io bacio la fronte.
Baciare gli occhi – è distruggere l’insonnia.
Io bacio gli occhi.
Baciare le labbra – è dare da bere.
Io bacio le labbra.
Baciare la fronte – è cancellare la memoria.
Io bacio la fronte.
Marina Cvetaeva
Non sapevamo niente di questi autunni,
solo respiravamo una miscela d'aria chiara e d'aria scura,
accettando più volte la scomparsa delle stelle,
ma quella era
la giusta dose per la nostra impreparazione a vivere.
Nella pianura severa,
la stagione era tirare dentro le lenzuola, coprire le mele, riparare la legna, tostare le bucce dei mandarini sulla stufa, cambiarci le calze, lasciarmi fare i compiti sulla tavola da pranzo.
Non sapevamo niente di questo autunno
che ci ha preparato un tappeto di platani sfogliati tra i garage
e una pioggia bianca che cade su di me e su di te facendoti sembrare i capelli invecchiati dei fili di rame scoperti;
ti guardavo e non vedevo come mi guardavi
mentre prendevi un tovagliolo del Pellini caffé e ti strofinava gli occhi solo di sotto,
come per toglierti un bruscolino,
non sapevo se la mia calma apparente ti convincesse della bontà dei tempi
se davvero non sentivi franare in me in ogni istante
il timore di perdermi
e perderti
e perdere tutto quello che mi è concesso vivere,
anche l'infantile rincorsa alle occasioni cieche.
Mi parlavi di G. e di una certa vena lunga ostruita che non voleva aprirsi.
Della paura.
Ascoltavo il florilegio sui mali altrui per distrarre i tuoi.
Come sempre ti scrollavi le mie poche domande dalle spalle, come fossero nevischio,
e intanto guardavi l'espositore delle gomme come per sceglierne un pacchetto
e poi ti giravi
e mi rigiravi le parole in bocca perché non venisse mai la notte che sappiamo sui nostri volti.
Custode incustodita,
quand'è che ti sei distratta,
quand'è successo che la malaspina della felicità mi ha punta al mignolo,
un sortilegio a te invisibile, un consesso segreto di parole, amori, sottrazioni, giorni amari, incoscienze, mani spampanine da stringere come mazzetti di viole.
Non conosci la risposta,
ignoriamo molte cose insieme
e l'una dell'altra
e niente sapevamo di questi autunni
attutiti dai platani sfogliati di cui si tappezzano i palazzi poveri dove ti sei ricavata i tuoi sentieri come un tarlo sulla corteccia.
E' da qui, ora, che aspettiamo, da punti opposti, da stazioni lontane,
il momento in cui un uomo si fa rondine e nuvola
per aprire le braccia e portarci, migrando, al suo petto.

tutti gli occhi contengono i tuoi occhi,
come i cerchi concentrici nell'acqua sono fatti d'acqua,
gli occhi lattiginosi delle madri, le cortecce che coprono le pupille dei padri,
gli occhi con la morte negli occhi e gli occhi di vetro soffiato di chi è appena nato;
tutte le strade portano alla strada tua,
la strada verso la fontana lavatoio è diretta alla tua strada di alberi capochini,
svoltando all'angolo del palazzo, arrivo dritta al tuo viale
dove ti fermi a comprare il giornale;
tutti prati lasciati vivi sono i tuoi prati,
i semi dei miei cardi e delle malve viola fioriscono tra i tuoi papaveri prematuri,
tra i tuoi papaveri di seta increspata come il sesso di un'innamorata;
tutti i cieli contengono i tuoi cieli,
il cielo che rastrella i tetti di soli e di pioggie e di venti benedetti,
i venti domenicali del mio paese,
è il tuo cielo che sgrava dalle ombre le ombre che ti oscurano;
le tue ombre sono le mie ombre,
i loro contorni spezzati camminano sul tuo soffitto con gambe di giganti
e di gran passo anticipano i risvegli del mio novembre impaziente in cui riappendo ogni foglia caduta al ramo,
ciascuna delle foglie lancette al melograno;
le mie foglie rosse sono le tue foglie verdi
e le mie gemme invernali gemmano sui nodi freschi delle tue dita
con bozzoli coperti da una peluria da bambina,
dentro a qualcosa di tenace che contiene la vita;
la tua bocca, infine, è la mia bocca,
la mia bocca frantume di terra è la tua bocca che apre a zolla le labbra,
le disseta,
e le ricopre, ripianandole chiuse nello stesso sapore
assaporato di ogni tuo giorno di dolore.

La gazza dell'amore al vetro
ticchettava,
ticchettava a tutte l'ore,
la gazza dell'amore;
era piena di furore,
era piena
di tormento.
Se ne andò col nuovo vento
a portar altro sentimento.
Quando L. fu trovata morta nella parte destra del letto, era ormai ora di mangiare ma sulla tavola non c'era tovaglia e non c'erano i bicchieri capovolti come usava fare L. perché il bordo restasse pulito e non c'era nessuno in casa fino a quell'ora,
fino all'ora in cui il marito, bevitore di razza, dovette passare dallo sdegno allo spavento per quella moglie scura morta nel letto dove anche lui aveva dormito la notte innanzi.
La panda rossa di L. era ancora parcheggiata di traverso al cancello quando arrivò il carro funebre che la doveva caricare, dura come la morte l'aveva indurita,
povera donna,
disse nella circostanza il marito togliendo dai piedi la panda e staccando un assegno con il quale si accommiatava dall'agenzia.
La gazza dell'amore picchiettava insistente alla finestra quando L. entrava nella corte grande con quella sua vecchia panda ed L. non vedeva mai bene dove fermarsi perché guidava con un occhio solo, un occhio lacrimante perché teneva la cicca attanagliata tra le labbra per fare la manovra e sacramentava sulla cenere che le cadeva sulle gambe e solo dopo scendava.
Era quasi sempre pomeriggio quando L. arrivava e aveva in tasca un mazzo di carte da briscola grosse e unte e le smazzava sbattendole sul tavolo e le dava a tre a tre, sempre con l'occhio chiuso e l'occhio sgocciolante e sacramentava di nuovo quando la cenere le cadeva sulle carte da briscola alzate con la sinistra.
Allora L. si girava con l'unico occhio aperto verso la finestra dove ticchettava la gazza dell'amore e poi cominciava a raccontare della tenerezza di quel suo infermiere che l'aveva coperta di verde mentre aspettava stesa come un baccalà che le tagliassero qualcosa nella pancia. Non riusciva a tenersi seria per tanto, L., ma si capiva che rideva per fare una pausa e per ragionare sulla mano di carte. Spegneva la cicca con la lunga unghia rossa smaltata dell'indice, schiacciando forte il dito nel posacenere e pareva pregustare una mano da 44 punti ed invece sul tavolo tornava di giro l'infermiere e questa volta L. era sicura che l'avrebbe legato a sé da una cosa eterna perché il mago gliela aveva detto che quello era un modo sicuro al cento per cento.
Allora L., sdentata e orbata, rideva di nuovo come per fare una pausa strategica e si leccava la bocca per significare una carta forte e guardava i giocatori come se dovesse prendere quei 44 punti in un botto solo e il belletto le restava sulla lingua come la marmellata di amarene.
E allora L. si fermava di nuovo con il ventaglietto di carte sul naso come per dire un segreto e da lì dietro biascicava che al suo infermiere aveva regalato tre cachi maturi come mammelle e dentro ai cachi aveva iniettato un liquido che faceva innamorare che le aveva filtrato il mago. E allora L. si voltava di nuovo verso la gazza dell'amore e pareva che si mettesse a piangere per le belle piume della gazza sotto la diagonale del tramonto,
ma subito precisava che lei non piangeva mai
e mai l'avrebbe fatto, neanche quando il mago la sodomizzava e a le faceva male e forse il mago prendeva persino la rincorsa dietro di lei, diceva.
E allora L. rideva, forse per guadagnare tempo per smarcare tutti con l'asso di coppe, e ridendo si scuotevano tutti i ricci fatti in casa con i bigodini ingabbiati dalla retìna e sul vetro si sentiva un ticchettìo identico a quello dei carrelli delle medicine dell'infermiere quando si scopava L. tenendosi addosso la giacchetta dell'Asl.
Quando L. fu rinchiusa in casa dal marito paonazzo di vino, l'onesta gazza si era spostata di qualche isolato per tenere compagnia ad L., ma ora lei sacramentava su tutto, non solo sulla cenere, anche contro la gazza, e giorno e notte, e guaiva e latrava e pareva che avesse perso anche il mazzo di carte unte, diceva al telefono, ma la notte, tra le tre e le quattro, al terzo giro di scarto di vento smise di vivere come vivono anche gli uccelli ladri, ed era mezzogiorno suonato quando la gazza mollò la presa dalla finestra della camera di L., proprio mentre il marito di L. sbatteva a terra una sedia con una manata e si accorgeva che la tavola era ancora sparecchiata.

abdutto
Le 11 sono un orario buono per uscire sul balcone, appoggiarsi al muro immobile come la lucertola. Mi scaldo. Guardo per aria per istinto, ma alieno non c'è, ovviamente.
Alieno se ne è andato quattro giorni fa. Non racconterò mai a nessuno la nostra storia. Non sono mica matto. E il mondo è pieno di matti che raccontano di dischi volanti, di marziani, di cerchi di erba bruciata.
Un giorno vidi un servizio del tigì che raccontava di uno che era stato risucchiato su una astronave e che aveva avuto una storia d'amore con un'aliena. Era un bell'uomo e alla fine dell'intervista, palesemente lusingato di tanta attenzione, disse che era dj e non gli sarebbe dispiaciuto lavorare per canale 80, il canale che lo intervistava. Niente, sarà che era un periodo che tutto mi sembrava estraneo, come se vivessi sotto suggerimento, fatto sta che presi una decisione: avrei rapito un alieno.
La farò breve.
Mi misi in ferie per andare in uno di questi posti in cui sono avvenuti dei rapimenti celebri. Presi una stanza in un albergo turistico. La sera la direzione dell'albergo dava solo film sugli alieni, nel menù ogni piatto aveva nomi come polpettine alla marziana e le lampade erano girevoli e mandavano fasci di luce intermittente. Una suggestione collettiva si impadroniva di tutti e io ero nervosissimo. Anche per il mio piano. La notte andavo nei luoghi più isolati della zona. Una sera atterrò un'astronave sbrilluccicante, a forma di tronco di cono. Gli alieni non mi avevano visto. Aspettai e appena uno di loro mise piede a terra, gli gettai un sacco in testa e lo trascinai via. Fu molto più semplice di quanto pensassi. Per qualche minuto credetti di venire fulminato sul posto da qualche raggio spaziale violetto.
Ma non successe niente.
L'alieno, un essere minuto, era arrendevole e mi seguiva adattandosi alla mia andatura veloce.
Una volta a casa, lo rinchiusi nella stanza degli ospiti.
Mi dicevo che era fatta, che avrei studiato l'alieno e sarei diventato una specie di scienziato e avrei messo fine a quella orda di bugiardi della televisione.
L'alieno era silenziosissimo. Lo spiavo la mattina presto e lo vedevo seduto sul bordo del letto, puntellato al materasso con le braccia, in piagiama. Verso mezzogiorno, era ancora seduto in quella posizione, ma il pagiama era piegato sulla sedia e il letto era rifatto, con la balza del lenzuolo stirata e dritta, le ciabatte accanto al comodino. Sembrava un malato in ospedale. Era così mite che due giorni dopo mi scordai di chiudere la porta a chiave. Quando tornai dal lavoro, trovai la tavola apparecchiata. L'alieno era nella sua stanza, seduto sul bordo del letto. Andò avanti così per giorni, e di giorno in giorno alieno diventò come un vecchio zio vedovo: portava fuori le immondizie, mangiava leggero di sera, per via della digestione, diceva, si sedeva sul divano con me a guardare la tv. Prendevamo un bicchierino di Fernet insieme.
Non parlavamo tanto.
Cercavo di osservarlo il più possibile per via di quel trattato che mi ero messo in testa di redigere ai fini della verità che avrebbe spazzato via ogni ipocrisia sugli alieni, ma alieno non faceva niente di strambo, come sollevarsi da terra per esempio.
Non sapevo se sentirmi rassicurato o deluso. Forse avevo rapito l'alieno meno alieno dello spazio. Mi sentivo un idiota.
Alieno mi fissava a sua volta. Imparò tutte le mie abitudini e le assecondava come se fossero state anche le sue. Se devo dire di lui, mi viene in mente che gli piaceva uscire con l'ombrello. Lo portava sempre con sé, anche se c'era il sole. Faceva le orecchie ai libri di poesie, specialmente quelli di Montale, poi riapriva il testo nel punto giusto, mi spingeva la pagina aperta sotto il naso e mi sorrideva complice. Allora per fargli piacere, rileggevo la poesia a voce alta. Non commentavamo. Ci mancava anche quello.
Quando il tempo era buono, passeggiavamo per il corso. Qualcuno lo guardava, è vero, per il suo aspetto verdino e esile, ma nessuno lo fissò come un extraterrestre: ipocriti, pensavo dentro d me. Una volta assistemmo assieme ad una scena di sesso in un film alla tv: lui era nella vasca da bagno e lei lo lavava strofinandogli il petto. Poi si avvicinava e lo baciava e lui la faceva scivolare dentro l'acqua, sopra di sé, e scopavano facendo ondeggiare e sciabordare l'acqua.
Avvertii una fitta dove finiscono le costole e mi sentii improvvisamente le mani vuote delle mani di Alessandra. Così spostai i piatti dalla tavola e li misi nel lavello, giusto per riempirmi quelle mani inutili. Sentivo che alieno mi guardava. Ebbi un conato di rabbia, il dolore di mesi senza Alessandra mi salì come un fiotto di sangue dalla giugulare. E gli urlai
vuoi smetterla di guardarmi, sembra che sei venuto qui per studiarmi, cazzo di un alieno.
Alieno si alzò, andò in camera sua, si mise il piagiama e si mise a letto. Quella notte sentii dei ronzii come di una radio fuori sintonia. Ero orgogliosamente ferito e vergognoso verso alieno e non andai a vedere. Così per sette notti. All'ottava alieno sparì.
Non mi presentai alla polizia. Non andai da nessuna parte.
Non ho scritto nessun trattato. Continuo a sentirmi un uomo suggerito da qualcun altro. E soprattutto ho scoperto di assomigliarmi moltissimo.

aestella
vorrei che questa lettera ti arrivasse un mercoledì.
non sai la grazia con la quale le lettere del mercoledì aspettano la mano che le prenderà, le soppeserà appena, le girerà dove è scritto l'indirizzo per vedere se è proprio il tuo nome quel nome, se è stato scritto in fretta, occupando poco o molto spazio, se sul davanti ci sia un indizio di chi l'ha spedita o, meglio, se si porti appresso un odore stagionale, se sia un poco ondulata da scrosci di pioggia o ancora croccante di sole.
aestella,
come sempre ti scrivo da un tempo siderale e non passa giorno che non pensi a un dio ordinato come una serva all'ora di pranzo che predispone per noi un rettangolo esatto di cielo sotto il quale combinare qualcosa di decente.
per quanto mi riguarda, a parte le due tre cose che sai essere di mia abitudine, trovo molta indecenza nel fondo dei miei occhi quando mi viene il pensiero di te,
e gli occhi sono come zolfo bello secco e poi due fiammelle, e mi ritrovo a parlarti, a rispondere a domande che non mi hai mai fatto e soprattutto a ripetere parole d'amore vecchie, perché tutte le parole d'amore sono vecchie più del mondo stesso prima che venissimo al mondo, prima che ci venisse affidato un rettangolo di cielo incolore.
è ottobre inoltrato, qui, aestella ed è il mese delle cose rotte: il piatto del buon ricordo di roma è in quattro pezzi ed è diventato per me un tangram irrosolvibile, il principino ha perso un piede e la sua babuccia damascata, il mulino ha una pala spezzata, il campanile bianco la punta sbeccata.
anch'io ho problemi ai piedi, aestella.
piccole punte di spillo mi trapassano i calcagni quando vado a letto per i mille passi da millepiede che compio ogni giorno lungo i lati del rettangolo di questo cielo che non matura più i suoi frutti.
ieri notte i piedi doloranti mi hanno seguita fin dentro al sogno e mio padre era una specie di calzolaio che mi mostrava un campionario di scarpe e me ne regalava un paio dall'aria duratura, in buona pelle nera con cuciture forti, e mentre allungava il braccio mi diceva
hai proprio bisogno di scarpe nuove
sicché mi guardavo i piedi con gli aghi sotto e scoprivo che erano nudi.
aestella, siamo tutti scalzi in questo spazio siderale.
tutti in debito di scarpe da un padre, da una madre che preghiamo ci insegnino come stare in piedi fino a cent'anni. dicono che le scarpe siano la prima cosa che si sfila dal nostro corpo quando si muore e non l'anima come ci piace pensare, come si trattasse di un canarino che dal troppo entusiasmo sbatte sulle finestre chiuse. confonde un rettangolo di cielo con il cielo stesso.
per me non devi preoccuparti, so bene come buttarmi alle spalle gli inganni, quanto attendere perché le colpe appaiano modesti peccatucci e, come sai, anche come percorrere il perimetro per distrarre quel dio dispensatore di limiti.
la mia unica possibilità, aestella, è andare,
andare e andare
al cuore delle cose,
nel cuore delle cose.
è una speranza da ergastolano, lo so, ma per ora non ho altro a questi piedi che i miei piedi stessi.
Sono l'uomo sul cornicione ma non voglio buttarmi di sotto, non voglio ammazzarmi, meno che mai sfracellandomi su una strada.
Al contrario: voglio vivere.
E' per questo che ho deciso di essere l'uomo del cornicione. I giornali hanno fatto presto a capire e nei titoli mi chiamano con questa perifrasi che mi calza molto bene. Non vedo motivi per protestare di essere ridotto ad uno slogan. Anzi: più parlano di me sul cornicione, più possibilità ho di sapere cosa sia la vita.
Salgo sui cornicioni per capire perché valga la pena vivere. Io non lo so più o, meglio, la lista dei miei motivi è diventata così insignificante che un giorno ho deciso di capire perché gli altri vivano e usare quei motivi a mia volta.
Ho scartato subito l'idea di andare in giro a chiederlo, pigliando a caso nel mucchio. Meglio sembrare un aspirante suicida che un pazzo. Il suicida ha una sua rispettabilità, nel testone semplificatore della collettività e muove a un po' di compassata pietà.
Come aspirante suicida mi vesto bene, ma senza esagerare. Giacca, cravatta leggermente allentata, scarpe pulite, solo la barba un po' cresciuta: la gente pensa che un pezzente abbia molti motivi per uccidersi mentre un ricco non possa averne nessuno. Niente valigette da lavoro: chi si stupirebbe più di un impiegato o di un professionista che minacciano di farla finita?
Devo anche cambiare spesso cornicione, altrimenti perderei di credibilità troppo in fretta. Invece ho bisogno di tempo. Ho motivi seri per rischiare di stare addossato ad un muro a dieci metri da terra.
Comunque, per ora le cose vanno abbastanza bene. Quando sono sul cornicione, si affolla un sacco di gente alle finestre che fa a turno per farmi desistere e per farmi rientrare strisciando prudentemente con la schiena sulla parete. Non rientro troppo presto, aspetto il momento giusto, il motivo giusto.
Non mi accontento facilmente. Finiti i poliziotti - non è come nei film americani, credetemi, tirano fuori minacce burocratiche come l'occupazione del suolo pubblico o privato, il procurato allarme - e finiti i preti, che la buttano sul sacro, finalmente tocca agli altri. Si vede che soffrono, si scervellano per trovare un motivo per cui non dovrei lanciarmi nel vuoto.
E' grazie a loro se sto raccogliendo motivi che mai avrei immaginato.
Non so quanto dureranno, non voglio sembrare insistente. Forse sono motivi temporanei.
Ma, del resto, non si può che vivere temporaneamente.
Per esempio, potrei vivere per.
Ieri sono caduto. Mi aveva colpito una frase detta da una donna, una sconosciuta. Mi aveva colpito anche la donna, come mi guardava. Sembrava che mi chiedesse con gli occhi di farle posto accanto a me. Mi ha detto, senza allungarsi troppo fuori,
ah, sei qui,
come se fosse felice di rincontrarmi.
Poi ho creduto - e non saprò mai se fosse vero - che stesse per far leva sulle sue braccia bianche, come per sollevarsi e scavalcare il balcone. Per un istante ho visto danzare nell'aria il piccolo bavero del vestito rosso sul suo petto come una bandierina e mi sono sporto per scendere con lo sguardo ai fianchi. Aveva dei fianchi bellissimi.

le domeniche del dottore
Così l'estate iniziava ad andarsene brumando le sue nebbie sull'erba e noi ci coprivamo le braccia indolenzite di sonno, ci coprivamo la testa sulla quale cadeva a gocce l'estate violetta e sedevamo sul ceppo del pino dove si era spaccata la legna e con il sapone ancora nelle unghie staccavamo schegge in silenzio aspettando il pulmino.
Così arrivavano le domeniche del dottore ed erano feste per modo di dire.
Le donne si annodavano in vita i grembali di cotone bianco e ogni tanto, nei vapori della ramina da brodo, guardando negli occhi grassi del brodo, alzavano i lembi della marsina e si sventolavano e ridevano di cose sconosciute e si imperlavano le ciglia come i primi vapori viola della terra ai primi di ottobre.
E le domeniche del dottore ci vestivamo come alla comunione, con i calzettoni Gallo fino al ginocchio e s. metteva un cravattino blé al collo e le donne maliziavano quando faceva una marcetta nella cucina
e con gli occhi di brodo ancora ridevano di cose sconosciute, di cose calde, lo si capiva da come si imperlavano tutte,
come campi di perle parevano a mezzogiorno i prati tra i fossi e le capezzagne.
E noi, così parati per l'arrivo del dottore, non potevamo uscire in cortile ma solo sfregare cotone idrofilo e trielina su Famiglia cristiana e aspettare la comparizione delle figure come compariva in corte il dottore con l'Alfa nuova.
E le ruote dell'Alfa facevano crepitare i sassi, galoppava come cento zoccoli di cavalli la macchina del dottore e sollevava una nube da cinema muto.
E il dottore usciva dalla polvere in abito dritto e stirato come un fusto di pioppo, con i pantaloni con la riga di città, e accanto gli camminava Giulia
e lei e il dottore erano come due che andavano a una cena di gala di domenica mattina.
E Giulia muoveva onde di capelli sugli zigomi alti come scogli e al collo portava un collo animale, una stola di volpe con gli occhietti ambrati e zampette ungulate come se, ancora selvatica, volesse correre per i campi.
E la volpe veniva appesa all'entrata ed era vietato lisciargli il pelo e l'animale ci guardava con le sue due ambrette e i dentini appuntiti e ci sfidava ad uno ad uno a infilare le dita nella sua fauce, aperta come ridesse, come ridesse proprio di noi.
E la volpe si addormentava all'ingresso della casa mentre il brodo con gli occhi veniva scodellato dalla ramina annerita.
E le carni lessate per ore, fumavano stanche sui piatti ovali come fumava la nebbia fuori dalla finestra
che tra i meli andava e veniva come il prodigio di una fata
e allora tutti aspettavano, come si aspetta una diagnosi, che il dottore tirasse su il brodo dal cucchiaio lucidato col Sidol
e se il dottore chiudeva le palpebre dal gusto, anche le donne si godevano il sedano rapa e il focoso cren sul bollito e la pearà e masticavano in silenzio, al ritmo degli schiocchi del palato del dottore.
E a metà pranzo il dottore già si chiazzava di rosso sotto il mento e sulla punta del naso e la pelle del dottore diventava come quella del tacchino, molle e beata, e Giulia accendeva una Muratti Ambassador spezzata dentro il bocchino
e ridendo dal fondo a caverna delle sue coste, ridendo con la bocca disegnata con il rosso carminio, guardava sua madre nei soliti abiti di madre
invecchiare di domenica in domenica sopra una terrina di riso vialone, rimestato con le dita inamidate di riso per la minestra della sera.
E così io, dopo il pranzo, sedevo nell'Alfa nuova del dottore e g., vestita con i miei vestiti dell'anno dopo, mi toccava tra la gambe come ti tocca un fidanzato e sentivo il caldo del brodo e il vapore del lesso e una specie di amido in bocca e pensavo che la volpe lucidissima mi avrebbe mangiato la mano destra, la mano con la quale mi aggrappavo alla maniglia per scappare dal sedile della macchina del dottore.
E così passavano le domeniche di ottobre del dottore che si portava via g., giulia e la volpe
la selvatica
che tornava a ridere sul collo bello di Giulia
e anche il dottore era ancora più bello di prima, più bello di un pioppo, forse un ontano, un albero che guardavamo da lontano.